Babele o Gerusalemme? Cosa mi ha lasciato la lettura di “Magnifica Humanitas”
Ho finito di leggere l’enciclica di Papa Leone XIV. Non mi capitava da anni. E lo dico da una posizione scomoda: io con l’intelligenza artificiale ci lavoro tutti i giorni. La uso, la insegno, ci costruisco sopra una parte del mio mestiere. Per cui certe pagine le ho lette con un po’ di disagio, lo ammetto. Quel “cosa stiamo costruendo?” riguarda anche il mio lavoro.
Le due torri (anzi: una torre e un muro)
L’immagine che regge tutto il testo è di una potenza che non mi aspettavo. Da un lato Babele: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione, un progetto grandioso che sceglie l’omologazione al posto della comunione. Dall’altro Neemia che torna a Gerusalemme e trova le mura crollate, le porte bruciate. E cosa fa? Non impone soluzioni dall’alto. Prima ascolta, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Poi convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire.
Ecco. Rileggetela pensando all’AI, questa parte di testo.
Da una parte c’è chi sta costruendo la torre: pochi attori, risorse enormi, una direzione decisa altrove, e la promessa implicita che basti farsi un nome per toccare il cielo. Dall’altra ci sarebbe la via di Neemia. Uso il condizionale perché è una via che va scelta: la tecnologia distribuita nella responsabilità, un tratto di muro a ogni famiglia, i legami ricostruiti prima delle pietre.
Io questa scelta la vedo ogni settimana, in piccolo. La vedo quando un imprenditore mi chiede se l’AI gli farà risparmiare persone, e la vedo quando invece qualcuno mi chiede di spiegarla bene alla sua squadra. Sono due domande che sembrano vicine. Non lo sono per niente. Una è un mattone di Babele, l’altra è un tratto di muro.
“Si ha di più, ma non si è di più”
C’è una frase dell’enciclica che mi sono segnato due volte. Parla del rischio che aumentino i mezzi senza che cresca in pari misura l’umanità: si “ha di più” ma non si “è di più”. Sette parole che valgono più di cento convegni sulla trasformazione digitale.
Perché il punto, per Leone XIV, non è mai la tecnologia in sé. Il testo lo dice chiaramente: l’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, le assume con gratitudine e realismo. E questo mi ha sorpreso, lo confesso: non c’è una riga contro la tecnologia in sé, in tutto il documento. La vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra un progresso che serve le persone e uno che le piega a logiche di potere.
E qui arrivo al capitolo sulle relazioni, che per me è il cuore emotivo del libro. La cultura digitale moltiplica le connessioni, scrive il Papa, ma il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. La carne umana continua a chiedere di essere curata da mani capaci di tenerezza. Lo leggo e penso a quante volte, nel mio lavoro, la parola “engagement” ha preso il posto della parola “relazione”. Non sono sinonimi. Non lo sono mai stati. Un’AI può simulare una conversazione, perfino l’empatia. Il Papa non lo nega. Ma il rischio vero, dice, non è credere di parlare con una persona. È perdere il desiderio di cercarla davvero, la persona.
La scuola, cioè il tratto di muro più importante
Poi c’è la parte sull’educazione, e qui parlo anche da genitore, non solo da professionista.
“Ogni tecnologia educa chi la utilizza.” È l’affermazione più tosta di tutto il documento, secondo me. Perché sposta il problema: non è che dobbiamo educare all’uso dell’AI, è che l’AI ci sta già educando, tutti, in ogni momento in cui la usiamo. E allora educare all’uso significa soprattutto educare a decidere quando e per cosa non usarla. Il Papa arriva a parlare di “digiunare dall’IA”. Da uno che l’AI la promuove per mestiere, ve lo confermo: è un consiglio sanissimo.
C’è anche un’immagine bellissima presa da Platone: le cose importanti si imparano sfregando i concetti come pietre focaie, nella discussione con gli altri, finché non scocca la scintilla della comprensione. La risposta istantanea, quella che l’AI ti dà in tre secondi, rischia di spegnere proprio il desiderio di porre domande. E una scuola che insegue la velocità del digitale ha già perso, perché il suo valore sta esattamente nell’offrire quello che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso e relazioni affidabili.
La ricetta, alla fine, mi sembra questa: partiamo dal tempo condiviso e dalle relazioni affidabili, quelle di cui parlavo poco fa. E poi aggiungiamo un pizzico di AI, dosato con il giusto equilibrio, per potenziare la nostra capacità critica e le nostre potenzialità di esseri umani. Non il contrario. L’ordine dei fattori, qui, cambia tutto il risultato.
Il cantiere è aperto…forse!
Chiudo con l’unica cosa che davvero pretendo di aver capito da questa lettura. La maggior parte delle persone, scrive Leone XIV, davanti a questo cambiamento d’epoca rimane in attesa, osserva da lontano e spera che tutto vada per il meglio.
Ecco: questa opzione non esiste più. Non per chi lavora nella comunicazione, non per chi educa, non per chi ha figli, non per chi vota. La torre si costruisce anche con l’indifferenza di chi guarda. Il muro, invece, si costruisce solo se ognuno prende il suo pezzo.
Io il mio l’ho scelto. E voi?


Lascia un commento